I fondali nella fotografia di ritratto

 

Questo è il primo di una serie di articoli che dedicherò al mio lavoro in studio, nei quali cercherò di approfondire il mio approccio a questo mestiere considerandone sia gli aspetti umani che quelli più propriamente tecnici.

Voglio iniziare scrivendo di qualcosa di cui si parla molto poco – e men che meno in Italia – e quando se ne parla lo si fa quasi sempre in ambito strettamente tecnico rivolgendosi a fotografi professionisti o amatori: mi riferisco all’uso del fondale nel ritratto fotografico. 

Tempo fa mi è capitato che un cliente mi chiedesse a cosa servissero quei rotoli di carta appesi al muro e, più di recente, mi è stato chiesto perché esibivo con tanto orgoglio un fondale in tela dipinto a mano al centro della stanza.

Fino a pochi anni fa i miei soggetti preferiti erano costituiti prevalentemente da piccole creature del mondo animale o vegetale ma ho sempre dedicato una particolare attenzione a usare lo sfondo in modo da poter esaltare il soggetto isolandolo da tutti quegli elementi che ne potevano distrarre l’attenzione o addirittura in modo che potesse far convergere lo sguardo proprio su di esso. 

Billy blue (Francesco Bontempi © 2009). Lo sfondo naturale estremamente sfocato usato come fondale

Istintivamente cercavo in tutti i modi di fare dello sfondo un fondale.

Era inevitabile che, approdando al ritratto, una delle mie prime preoccupazioni fosse capire l’uso dei fondali e se veramente servissero alle mie fotografie. 

Per carattere affronto le cose senza dare nulla per scontato, seguo un percorso che ho nella mente ponendomi domande e cercando di trovare risposte a queste domande. A volte le trovo studiando le foto del passato, osservando i lavori dei grandi maestri ma anche di artigiani sconosciuti, altre volte semplicemente perché sento che è così e devo farlo così.

Tra il 1860 e il 1920 circa i primi studi fotografici erano attrezzati con fondali fotografici dipinti, di solito a soggetto paesaggistico o che riproducevano ambienti della borghesia.

Frederikke Federspiel nel suo studio con un cliente (1910). Lo sfondo, agli inizi del '900, è ancora piuttosto elaborato

Johannes Holzmann meglio conosciuto come Senna Hoy, ritratto sullo sfondo di un paesaggio dipinto (prima del 1914)

Mia nonna con due amiche (circa 1928). In questo caso il fondale viene costruito con due tende affiancate

Evidentemente allora si sentiva l’esigenza di contestualizzare il ritratto, ovviamente secondo il gusto dell’epoca, e non ci si accontentava di fotografare una persona sullo sfondo di un muro.

In tempi più recenti, soprattutto nella pubblicità di prodotto, è spesso utilizzato il fondale bianco, il prodotto diventa l’unico elemento visibile in un mondo privo di colori, galleggiante nel vuoto gravitazionale. Io sono il prodotto, guardami, esisto solo io in questo momento.

Molti dei fotografi che ammiro sono o sono stati prima di tutto persone dedite a un mestiere, innamorate del loro lavoro e spesso ossessionate dai più piccoli dettagli.

Irving Penn era solito allestire in piccoli spazi set che gli permettevano di realizzare scatti eleganti e ricchi di intensità emotiva. Celebre è il suo fondale a macchie grigie, niente altro che una tenda da teatro da lui recuperata. Le sue fotografie non sarebbero state le stesse senza le sue intuizioni scenografiche: esse contribuivano a «creare» la fotografia, non erano messe lì perché così si deve fare, e avevano uno scopo ben preciso nella mente dell’autore.

A Penn, insieme a Richard Avedon, è attribuita l'invenzione di molti dei concetti che hanno plasmato il panorama della fotografia di moda moderna. Avedon utilizzava spesso fondali grigi o bianchi per creare un netto contrasto, una netta separazione, una sorta di spazio vuoto per mezzo del quale scucire il soggetto dalla realtà, isolarlo dal contesto e individuare il contesto nel soggetto stesso.

Richard Avedon,  Judy Garland (New York, 1963). Qui il fondale è uniforme e avvolge completamente il soggetto

Nei ritratti e nei ritratti della moda, e comunque quando si cerca di raccontare per immagini una persona, una storia, un marchio, uno stile, il fondale può essere considerato l’aiutante nascosto del fotografo.

I fondali sono un linguaggio, un linguaggio che posso e devo fare mio. Non si tratta di concetti filosofici o surreali, semplicemente sono scelte che arricchiscono la mia fotografia, che aiutano a rendere quella frazione di secondo ancor più speciale.

Ecco perché ho voluto affiancare ai classici fondali monocromatici – bianco, nero e grigio – un fondale dipinto a mano.

 

Il mio primo fondale fotografico dipinto a mano appeso alla bell'e meglio poco dopo averlo ricevuto

 

È nel mio studio da diverso tempo ma, come succede con ogni cosa che ammiro, mi dà all’inizio un po’ di soggezione, c’è bisogno di tempo per dialogarci. Mi piace così com’è, pieno di rughe, di cicatrici, la mia poca abitudine nel maneggiare un oggetto così prezioso ne ha segnato i connotati, più si rovina e più mi piace. È come il vissuto di una persona, una mappa della vita: è il «mio» fondale. 

Inoltre non esaurisce il suo compito in studio – e qui viene il bello – anche in un ambiente diverso dallo studio e persino all’aperto lo posso portare con me, lo monto in pochi minuti ed è pronto per dare il suo contributo. 

Offro con orgoglio ai miei clienti la possibilità di uno scatto fatto anche con questo oggetto strano, srotolato, appeso, pieno di difetti ma ricco delle storie che noi gli raccontiamo e racconteremo. Testimone silenzioso delle persone e del tempo che mi accompagnano lungo il percorso di questo mio mestiere.