I sotterranei delle marmotte

 

Davvero sto scrivendo su un blog? Pare proprio di sì, finalmente! Dopo mesi di lavoro nei sotterranei delle marmotte, nei tunnel dell’immaginazione, nei sottoscala dei peggiori bar di Caracas, rinunciando a una vita sociale, finalmente ecco il mio sito ed ecco il mio spazio per scriverci.

Il mio primo approccio alla fotografia lo dedicai prevalentemente a quella naturalistica; ritraevo piante, insetti, piccoli animali tipo le lucertole in giardino. Ambivo a prede un po’ più grosse e pericolose per cui, raccogliendo tutto il mio coraggio, iniziai ad allontanarmi dai confini sicuri della mia magione e a inerpicarmi su montagne impervie a caccia di marmotte. Confortato dalle indicazioni degli esperti feci centinaia di chilometri, dallo Stelvio al Sella al Lagazuoi, alla ricerca del pericoloso animale, ma niente, la marmotta proprio non ne voleva sapere di accontentarmi. Sentivo in lontananza il suo urletto  (che non è il vezzeggiativo di URL) che sembrava dirmi: «fotografa modelle in uno studio che è meglio, pirla». 

Io per fortuna non mi arrendo quasi mai. 

Tempo dopo mi ritrovai a fare un’escursione in direzione Diga del Gleno, tristemente famosa per quanto accadde il primo dicembre del 1923 quando crollò rovinosamente portando con sé interi paesi della Val di Scalve e della Val Camonica e causando centinaia di morti.

Un luogo molto suggestivo dove sono rimasto ore in contemplazione finché ho iniziato a percepire un urletto. Ho escluso immediatamente che fosse la mia pancia a lamentarsi perché lei di solito canticchia l’inizio di Where Is My Mind dei Pixies. Scartata l’ipotesi che si trattasse di fame ho capito che era il giorno della marmotta e io mi sentivo molto Bill Murray. Mi sono rizzato come un suricato cercando come un robotico scanner dove si fosse cacciata. Ovviamente la bestia mi ha localizzato molto più velocemente di quanto non abbia fatto io e ha iniziato a urlare come una forsennata: «Ci sono i piccoli con me, stai lontano o ti mangio, cattivo!». A questo punto l’ho avvistata anch’io e, fingendomi assolutamente disinteressato a lei e tutto preso dal paesaggio, ho continuato la mia passeggiata a rilento avvicinandomi però, minuto dopo minuto, alla sua postazione. 

Per farla breve, alla fine ci separavano meno di 3 metri; la marmotta non smetteva di fissarmi e di urlarmi sul muso: «Vattene!». Giusto il tempo di un paio di scatti e poi la salutai con un: «Ci vediamo». 

Mi sento ancora in colpa per aver violato la sua privacy ma, onestamente, fu talmente bello che lo rifarei.

Ma la giornata non era finita e sulla via del ritorno incontrai un altro animale feroce, l’innocua coronella austriaca che, impressionata dalla mia prestanza fisica, si allontanò subito dopo questo scatto.